Da diversi anni seguo con interesse l'evolversi, faticoso e contrastato, di un nuovo paradigma economico che metta in primo piano il VERO benessere della gente rispetto agli interessi di finanza, industria, politica ed altri potentati economico-sociali.

Quello che nel 2006 sembrava un discorso elitario, di pochi appassionati visionari, sull'evoluzione dell'economia e sulla BASE di ogni economia moderna, e cioè la redistribuzione reddituale, sta diventando una scomoda realtà per moltissimi.

Pur non essendo un fan delle varie decrescite, più o meno spensierate, che molti confondono da sempre con un doveroso risparmio ed efficientazione energetici, non credo affatto alle sbandierate ricette di "stimolo" legislativo-economico-consumistico che ora quasi tutti hanno abbracciato come panacea alla gravissima crisi finanziaria e debitoria che abbiamo attraversato. Anche se me le aspettavo.
Come era facile prevedere infatti, quando la crisi ha cominciato a mordere sul serio e le aziende hanno ridotto l'offerta occupazionale moltissimi hanno giubilato senza rimpianti le preoccupazioni ambientali e anti-consumistiche ed ora lo slogan imperante anche in molti ambienti genericamente considerati "di sinistra" è "aumentiamo il reddito per fare più consumo e convincere le aziende ad investire in produzione interna".
Il PIL invece di essere l'incubo del ministro inferocito perchè la gente usa le scarpe rattoppate e non le cambia, come prevedeva una certa propaganda decrescitoria, è diventato il santo graal a cui tutti anelano, con tanto di battaglie campali epiche sul 0,1 in più o in meno!

Il problema, che molti ancora non hanno totalmente compreso, è a mio parere ben altro!
Come dice giustamente Rifkin (la società a costo marginale zero), quella che stiamo vivendo è in realtà una rivoluzione industriale, la terza ad essere precisi. E tale verrà ricordata dai nostri nipoti.
Il succo, vero, di questa rivoluzione è la fine del comodo sistema di redistribuzione reddituale garantito dalla produzione ad alta intensità di manodopera, tipica delle potenze industriali anni 70-80.
Oggi l'incubo della "ripresa senza occupazione" è ormai sotto gli occhi di tutti.
http://www.europinione.it/una-piccol...a-occupazione/
Lo spettro di una ripresa senza occupazione. In Italia contrazione del lavoro per altri 2 anni - Repubblica.it
CRISI - Scenari di previsione macroeconomica: ripresa senza occupazione (Unioncamere Emilia-Romagna, in collaborazione con Prometeia) - impresamia.comimpresamia.com | Un nuovo sito targato WordPress

La realtà è che quei livelli occupazionali non possono tornare! Non torneranno! Non in un'industria che ormai è e sarà sempre di più costituita da aziende come "lepri, veloci ma anche tanto snelle." come cita uno degli articoli sopra.
Non c'è alcun modo per convincere chi deve fare i conti ogni giorno con un ciclo aziendale di pochi anni, una volatilità dei mercati altissima, un credito perlomeno arduo, di tornare a garantire la "pagnotta" al parco buoi (non è un termine che vuole essere offensivo, ma riflettere l'interesse primario del tipico aspirante dipendente di qualche anno fà) di non superspecializzati, non iperattenti all'aggiornamento quotidiano, non iperstresssati dalla brama di far carriera. Noi insomma!

Tempo fa avevo proposto, come spunto di discussione, la possibilità di trasformare il ciclo produttivo energetico italiano da una tipologia centralizzata, che garantisce elevata produttività a basso costo (ma anche scarsa occupazione, grande inquinamento, rigidità di rete, e che accentra nelle mani di pochissimi quasi tutto l'utile) ad una tipologia di produzione diffusa, con la distribuzione del reddito prodotto in parti meno "corpose", ma molto più diffuse.
La mia tipologia produttiva ideale resta il fotovoltaico, ma senza preclusioni all'eolico o al miniidro laddove possibili.
Al tempo (era prima della crisi) mi si era opposta la, allora sensata, obiezione che una produzione diffusa a costi al consumo più elevati (tramite costo reale in bolletta o sussidi da incentivo) sarebbe forse più sostenibile, ma rappresenta di fatto un "sussidio mascherato". Una forma di redistribuzione forzata di reddito prodotto da altri (i contribuenti) che si vedono così aumentare le tasse ecc. ecc. Insomma una specie di Lavoro Socialmente Utile verniciato da produzione diffusa.
L'obiezione era in effetti fondata. Anzi lo resta anche oggi.
Ma, sempre a mio parere (che è quello di uno che lavora autonomamente, quindi in teoria più aperto alle critiche all'assistenzialismo statalista!), sono cambiati un paio di fattori nell'equazione:
1) Sono d'accordo in linea di principio con chi vede preferibile affidare alla mano del mercato la competitività delle aziende e l'occupazione che ne consegue. Ma con le nuove tecnologie e l'evoluzione dei mercati la produttività delle aziende sarà sempre meno utile ai fini di redistribuziome. Certo questo non vuol dire penalizzare le aziende (come molti illusi sperano di poter tornare a fare) perchè le aziende semplicemente sguscerebbero via. Determinando un crollo anche delle entrate fiscali.
Ma porre attenzione anche all'equilibrio della società senza dividerla in una minoranza di superprivilegiati ed una maggioranza di poveracci senza speranze è interesse anche delle aziende (i poveri non comprano!)
2) Non sono invece d'accordo su una visione "ultra-yankee" (perlomeno come lo immaginiamo in Italia perchè anche negli USa non è proprio così...) del tipo "se servi bene, sennò arrangiati!" Che a me pare l'evoluzione del "va a lavurà barbun" più qualunquistico. Insomma la funzione sociale delle aziende esiste ancora, ma non sarà più "appaltabile" comodamente al mondo produttivo!

In realtà è vero che la Costituzione recita che ogni cittadino ha diritto ad essere assistito dagli altri se si trova in difficoltà. Così come è vero che estendere una condizione di povertà a molta gente comporta un crollo dei consumi e quindi una decrescita generale.
Ed è ovvio che questo comporta il velleitarismo di una politica alla "tea party", se poi tutto ciò che si risparmia tagliando posti di lavoro si riverbera nella necessità di inventarsi più o meno sofisticate forme di "reddito garantito" stiamo solo facendo un giro dell'oca economico!
D'altronde è anche innegabile che una folle politica clientelare ha creato una tale situazione di parassitismo legalizzato e pressione fisco-previdenziale abnorme che ora persino i sindacati vedono nella eccessiva pressione una causa primaria del declino produttivo italiano e quindi ogni proposta redistributiva viene accolta con sospetto e prevenzione.

Sarebbe forse il momento di stimolare una discussione su una qualche forma di "assistenzialismo furbo". Cioè che sia perlomeno produttivo, e non la solita scelta fra un sussidio minimale generalizzato (che ovviamente servirebbe solo a mantenere molte famiglie appena sopra il ciglio della povertà, ma difficilmente le spingerebbe a consumare) ed un reddito garantito, variamente descritto, che rischia di produrre uno stato di "nullafacente organizzato cronico" così tipico di certe democrazie del nord, dove la spinta a trovare un'occupazione è molto ridotta in certi ambienti.

Questo l'antefatto. Le riflessioni sulle proposte ad una prossima puntata. Ovviamente ogni contributo è ben accetto.