Lezione per i sardi dalla Spagna: cinque miliardi
per bonificare dal cemento mille chilometri
di costa, l'ambiente per un turismo sostenibile
di Raffaele Deidda

L'essere membri dell'Unione Europea, e quindi dotati di cultura comunitaria, dovrebbe far sentire ai politici e agli amministratori pubblici a qualsiasi livello il dovere, oltre l'esigenza, di confrontarsi con le migliori prassi messe in atto da altri praticando il cosiddetto “bench marking”, il confronto appunto, per poter acquisire le esperienze migliori altrove realizzate ed applicarle eventualmente alla propria realtà. Banalizzando, potremmo dire che non solo non è disdicevole attingere dalle esperienze positive altrui, ma è raccomandabile e utile “copiare”, purché si copi bene.

Le realtà a confronto devono presentare ovviamente delle affinità, per evitare il ripetersi di un imbarazzante bench marking che aveva fatto pensare ad un giovane presidente della Regione Sardegna di poter trasferire nell'isola le montagne della Valtellina. Vista l'attualità del tema dello sviluppo turistico sostenibile, possiamo azzardare un confronto fra ciò che si appresta a fare la Spagna, pur con tutti i colpevoli ritardi, e ciò che alcune forze imprenditorial-politiche nostrane non vogliono che si faccia in Sardegna per la salvaguardia delle coste.

La Spagna di Zapatero ha ripensato seriamente il proprio modello di sviluppo turistico e sta operando per restituire all'uso pubblico i litorali, ipotizzando di spendere 5 miliardi di euro per bonificare dagli 800 ai 1.000 chilometri di costa. La “ley de las costas” spagnola, risalente al 1988, è decisamente chiara: la costa, sia che si tratti di scogliere che di spiagge, è proprietà pubblica. Ciononostante, a causa delle maglie larghe contenute nella legge stessa e dei conflitti di competenza fra governo centrale e autonomie locali, negli anni sono state realizzate sulle coste spagnole innumerevoli costruzioni private, fra le quali un mostruoso albergo di 411 stanze nella spiaggia di “El Algarrobico”, una delle ultime quasi vergini del Mediterraneo spagnolo.

Il Governo Zapatero, attraverso il ministro dell'ambiente Cristina Narbona, ha deciso di correre ai ripari e si è dotato di una fondamentale “Estrategia para la Sostenibilidad de la Costa”. Ciò nella consapevolezza della complessità di attuazione della strategia stessa, sia per il numero elevatissimo di amministrazioni coinvolte, sia per l'onerosità economica prevista in circa 5 miliardi di euro, che rappresenta il 3% degli introiti generati annualmente dal turismo costiero.

La diagnosi elaborata dal ministero dell'ambiente spagnolo non lascia comunque spazi agli indugi: il 51% delle spiagge del Mediterraneo ha necessità di interventi urgenti, per recuperare le erosioni degli arenili dovute all'eccessiva urbanizzazione; il 70% delle dune si è progressivamente ridotto, il 40% del litorale è urbanizzato, il 57% delle spiagge è circondato dal cemento. La estrategia rileva, nella sostanza, che il modello di utilizzo e di gestione delle coste che si è venuto finora a determinare non è sostenibile. Vero è che la cementificazione selvaggia a ridosso delle coste ha portato benefici economici ma, ora che le coste sono sature di costruzioni, la sparizione degli ambienti naturali mette a rischio la sopravvivenza economica del modello di sviluppo esistente in molte zone costiere.

La Costa del Sol è uno degli esempi più evidenti della defezione dei turisti con più alta capacità di spesa, pur a fronte degli esborsi milionari del Governo per rigenerare le spiagge. I 5 miliardi di euro serviranno per rigenerare 220 milioni di metri quadri di zone costiere compromesse, per acquisire 800.000 metri quadri di costa, anche attraverso l'esproprio, per evitare che questi siano urbanizzati e per poterne consentire la libera fruizione, per demolire fabbricati che occupano le dune e ridisegnare i porti che alterano la dinamica delle spiagge.

Venendo alla Sardegna, appare evidente che la situazione delle nostre coste, pur avendo ricevuto assalti di ogni tipo, si presenta sicuramente meno compromessa rispetto al Mediterraneo spagnolo e di questo dovremmo essere, ovviamente, tutti lieti. A non esserne lieti sono i signori del Partito del Mattone, che si riconoscono prevalentemente in Forza Italia, oggi PPL, e che affidano la rappresentanza dei loro interessi proprio a quell'ex giovane presidente della Regione protagonista del famoso svarione valtellinese. Questi signori non vogliono rassegnarsi a vedere morire il loro disegno di creare una grande città turistica che coprirebbe con gli alberghi, i villaggi turistici e le seconde case l'intero perimetro delle coste sarde.

Ovviamente i signori del mattone non sono affatto orgogliosi di sapere che il Piano paesaggistico regionale della Sardegna è il più grande Piano paesaggistico realizzato in Italia, che è considerato una delle esperienze di pianificazione più interessanti in Italia e in Europa, sia per il carattere pionieristico - essendo il primo piano paesaggistico approvato secondo le norme del Codice dei beni culturali e del paesaggio - sia per essere stato concepito e costruito in maniera coerente ad un più generale modello di sviluppo e di crescita economica. Questo piano disturba e basta!

I signori del mattone non sono certo dello stesso parere di chi pensa che l'ambiente e il paesaggio, e non gli alberghi e le ville, siano i veri e unici valori che posizionano competitivamente la Sardegna sul mercato turistico globale. Non sono inoltre certamente d'accordo che alla Sardegna serva un modello di sviluppo economico-sociale compatibile con la tutela dell'ambiente e con la valorizzazione di tutte le sue risorse, a cominciare proprio da un turismo sostenibile che non si identifichi con una indiscriminata attività edilizia. Molto meglio seppellire la risorsa costa sotto milioni di metri cubi di cemento, senza alcun legame con la storia dei luoghi ma col nobile intento di portare ai sardi lavoro come manovali e, volendo esagerare, come camerieri.

I signori del mattone copierebbero volentieri il modello di sviluppo turistico spagnolo pre-Zapatero, proprio mentre la Spagna cerca di rimediare con un enorme dispendio di energie e di risorse ai guasti provocati dall'urbanizzazione selvaggia delle sue coste e guarda con interesse al Piano paesaggistico della Sardegna come a una best practice da prendere molto seriamente in considerazione.

http://www.altravoce.net/2007/12/18/esempio.html

Costa Brava, le ruspe di Zapatero



Zapatero dichiara guerra al mattone selvaggio. Dopo decenni di cementificazione delle coste, il governo spagnolo ha deciso di porre non solo uno «stop» alle nuove costruzioni, ma si è impegnato anche ad abbattere gli edifici fuorilegge. Si comincerà dalla Costa Brava, il litorale della Catalogna, che proprio in seguito all´edificazione su larga scala di hotel e villaggi turistici, ha registrato un incontenibile boom turistico a partire dagli anni Sessanta e Settanta. Ma l´esecutivo socialista non ha intenzione di fermarsi a questa fascia del litorale: la cementificazione selvaggia delle coste è un fenomeno che interessa da tempo (soprattutto gli ultimi vent´anni), la Costa del Sol in Andalusia (da Torremolinos a Marbella), e il litorale della Comunità Valenziana (con Benidorm e, in tempi più recenti, villaggi-vacanze come Marina d´Or).
Lo strumento che Zapatero ha deciso di utilizzare per affermare l´urgenza di un intervento di risanamento delle coste è un rapporto accuratissimo affidato al Ministero dell´Ambiente: «Strategia per la sostenibilità» fissa misure drastiche, per cominciare, soprattutto per la parte settentrionale della costa di Barcellona e quella meridionale della provincia di Gerona.
Per Madrid non è sufficiente la decisione della Generalitat, l´esecutivo regionale catalano, di blindare una parte della costa bloccando l´edificazione di nuovi insediamenti turistici. Il governo socialista fa un passo più lungo: prevede un piano per l´abbattimento di edifici che non sono stati costruiti nel rispetto delle norme e propone la sospensione di piani di costruzione già varati ma non ancora realizzati. Nel mirino del governo, il cemento che ha provocato lo scempio delle coste occupando i terreni a meno di 500 metri dal mare.
Sulla Costa Brava e nella zona del Maresme, potrebbero presto sparire decine di alberghi, ristoranti, camping, edifici costruiti per essere affittati nella stagione estiva ai vacanzieri di tutta Europa. Una «guerra al cemento» che potrebbe presto restituire al litorale catalano il volto che aveva alcuni decenni fa, prima che cominciasse l´assalto urbanistico. Molti dei palazzi in questione vennero edificati tra gli anni ‘60 e ‘70, prima dell´approvazione della Legge sulle Coste, un periodo che ha contribuito a fare della Spagna una delle destinazioni preferite dai turisti di tutto il continente. Ma il ministero dell´Ambiente, nella sua operazione di risanamento, ha in mente anche un altro obiettivo: quello di smantellare una serie di porti turistici nel momento in cui scadrà la concessione che avevano ottenuto dalle autorità regionali.
Per il momento, il piano del governo riguarda 260 chilometri di costa catalana. Ma presto la guerra al mattone potrebbe essere estesa al resto della Spagna.

Dopo la Sardegna e l’Algeria, anche la Spagna inizia a risanare la sua costa mediterranea.
Alessandro Oppes su la Repubblica, 10 novembre 2007

http://www.casolenostra.org/index.php?/arc...i-Zapatero.html