C'era stato un malinteso. Grattare via la solfatazione e non l'ossidazione.
Purtroppo per via meccanica non è possibile, dal momento che gratteresti via anche la materia attiva.
Le piastre di piombo dovrebbero essere facilmente estraibili, si tira una maniglia e la piastra esce, poi per sicurezza ci potrebbe essere un coperchio che quando è chiuso tiene in pressione le piastre contro il fondo.
1) Le piastre positive sono imbustate e compresse contro le negative! Non è facile estrarle senza danneggiare piastra e busta.
2) Le piastre non possono serrarsi contro il fondo, ma devono restare leggermente sollevate.
3) L’accumulatore deve essere ermetico! I poli di uscita devono essere resinati, altrimenti le infime trasudazioni di elettrolita finiscono per ossidarli al punto da renderli inutilizzabili (oltre a corrodere i morsetti esterni).
Con la tela smeriglio si gratta via il solfato, eeeeeh...
Auguri!
Come costruire unAccumolatore al piombo - YouTube
Nel filmato ogni bicchiere eroga 2,1 volt, quindi 6 bicchieri in serie raggiungono 12,6 volt.
Quindi? Cosa ci trovi di più sorprendente rispetto ad una batteria “al limone” che si esperimenta in 4° elementare?
Una decina di anni fa costruii un accumulatore al piombo completo con piastre in piombo puro che colai da me. Se vuoi ottenere capacità specifiche superiori, le piastre realizzate, vanno immerse in una soluzione di acido nitrico all’1% circa, per 8 – 9 giorni. Successivamente vanno essiccate. La soluzione di acido nitrico ora contiene nitrato di piombo, quindi occhio! Va trattato con i dovuti accorgimenti e smaltito tramite centro specializzato! A questo punto viene l’aspetto più delicato di tutto il processo… La saldatura delle piastre… Bisogna infatti realizzare dei collettori che collegano tra loro tutte le positive e tutte le negative; questi due collettori verranno portati fuori dallo chassis e da essi verrà prelavata la corrente. Non è facile saldare il piombo con il piombo e se si usano leghe a base di stagno o stagno e argento, dopo poco l’acido le corroderà irrimediabilmente, quindi bisogna fondere il collettore sulle piastre in modo diretto, trovando le giuste temperature. Fatto questo l’elemento è pronto per essere immerso nel suo contenitore in una soluzione al 10% di acido solforico, ma avremo solo delle piastre di piombo puro e quindi una capacità della batteria irrisoria (ci accendi al massimo un led per qualche secondo). A questo punto inizia il vero lavoro, ossia la formazione. Devi imprimere un potenziale all’elemento (nel mio caso 2,5 volt) e caricarla a corrente costante, terminando la carica a tensione costante, restare per un certo tempo in elettrolisi e poi scaricarla su un carico variabile. Ai primi cicli l’elemento acquista pochi mAh di capacità, ma man mano che la carichi e la scarichi la capacità aumenta. Dopo diverse centinaia di cicli si arriva ad una capacità massima oltre la quale non si sale perché la materia attiva che si forma sulle piastre raggiunge il suo valore limite, dopodiché tutto “il di più” inizia a sfaldarsi.
Chiaramente il processo di formazione va automatizzato…
Alla fine della fiera ottieni un accumulatore che, a parità di peso e dimensioni ha una capacità che è almeno 5 volte inferiore ad un accumulatore con griglie impastate e per formarla necessita di energia, ma come pro soffre molto meno la solfatazione e ha una vita molto lunga.