Vi chiedo conferma/critiche/errori/varie sul mio monologo...
E.D.
Purtroppo non sono in grada d'aiutarti.
Sono sicuro che le tue valutazioni sono corrette.
Credo però che IN PRATICA si possano avere delle sorprese.
Se verifichi le curve di rendimento dichiarate dalla ditta ALXION (le ho postate, ma ora si trovano anche nel loro sito) puoi vedere come i test dal vero siano assai meno belli di quanto si potrebbe pensare.
Io di elettricità non sò nulla comunque non c'è niente di meglio di una misura reale.
Certo qualche dubbio sul metodo ce l'ho.
Trascrivo quella "relazione" per Automax che non sono riuscito a mettere prima (scusate la prolissità ma è destinato a gente non pratica).
Ciao a tutti
---------------------------
................Ma veniamo al dunque. Innanzitutto spiegherò come misurare il rendimento senza doversi svenare acquistando uno strumento di misura professionale (anch’io m’arrangio con le discariche se ciò non è controproducente).
Per chi non lo sapesse ricordo che un alternatore “assiale” monorotore-monostatore è fatto di due dischi affacciati. Il rotore è il disco che ruota e che porta i magneti permanenti, mentre lo statore sta fermo e porta le bobine di rame in cui viene generata una corrente alternata (nel mio caso trifase, che però esce continua grazie ad apposito ponte raddrizzatore).
Per fare i test uso un motovariatore (di potenza adeguata alle potenze da misurare) che fa girare un albero (supportato da due cuscinetti oscillanti) alla cui estremità viene montato il rotore (essendo possibile regolarne ortogonalità e centratura). A fronte del precedente c’è un altro albero, coassiale e folle, sul quale si monta lo statore (e anche di questo è possibile regolare ortogonalità e centratura). E’ inoltre possibile regolare il “traferro”, cioè la distanza fra rotore e statore (allentando i grani di bloccaggio dei cuscinetti e spostando l’albero dello statore).
Allo statore è applicato un braccio, lungo quanto opportuno in funzione dei watt da misurare e della scala della bilancia. La bilancia è posizionata in piano sotto l’estremità del braccio e alla stessa altezza dell’asse dal piano di terra (per non introdurre errori di pesatura). E’ bene che la bilancia sia elettronica, di buona qualità, sensibile almeno fino al grammo e che consenta d’essere azzerata per eliminare la tara (mantenere qualche etto di peso a dispositivo fermo). I cuscinetti dell’albero dello statore devono essere senza protezioni, ben sgrassati e spruzzati con olio detergente in modo che lo statore possa oscillare con pochissima resistenza.
Come sapete, se il circuito elettrico dello statore è chiuso, la rotazione del rotore induce una corrente elettrica di intensità variabile in funzione della “resistenza” inserita fra i due fili in uscita (nel mio caso c’è un pacco di resistenze in grado di reggere 500 watt a 10 ohm e dove la resistenza può essere regolata da 10 a 180 ohm con intervalli via via crescenti). Quanto più la resistenza fra i due fili è bassa, tanto maggiore saranno i watt elettrici generati (pari al prodotto volt x ampere letti nei tester con l’avvertimento che se c’è di mezzo il raddrizzatore occorre aggiungere 1,7 ai volt per escludere le perdite relative).
Bisogna però vedere cosa succede ai watt meccanici richiesti al motovariatore e questi watt si ricavano dalla la coppia di reazione agente sullo statore e scaricata sulla bilancia dal braccio apposito. Ecco la formula (che uso senza pormi domande essendomi stata confermata da esperti):
Siano KG quelli che si leggono sulla bilancia.
Sia (ad es.) 1,675 la lunghezza in metri del braccio (dal punto di appoggio sulla bilancia al centro degli assi).
Sia GIRI il numero dei giri del rotore (uso un contagiri meccanico per rilevarli)
KG x 9,81 x 1,675 = Nm di coppia
Watt all’albero = Nm di coppia x GIRI / 9,550
(sinteticamente = KG x GIRI x 1,72)
Naturalmente il rendimento deriva dal rapporto fra le due potenze. La misura non comprende le perdite meccaniche (quelle dovute ai cuscinetti e un pochino anche all’aerodinamica del rotore) perché con questo sistema esse agiscono solo sull’albero del rotore. Nel mio caso questo modo di operare è abbastanza corretto visto che il mio alternatore sfrutta i cuscinetti usati per sostenere la ventola. Comunque si tratta di pochissimi watt (un cuscinetto economico, protetto, di diametro interno di 40 mm, se non ho fatto errori di misura, assorbe meno di 1 watt a 200 giri).
Prima di proseguire un avvertimento importantissimo. Il metodo di misura usato presuppone che la coppia resistente misurata sullo statore sia identica a quella agente sul rotore (salvo quanto dovuto ai cuscinetti e all’aerodinamica) e questo appellandomi al principio di azione e reazione essendo rotore e statore collegati da un intreccio di campi magnetici. Confesso di non essere ben certo che non si possano generare forze che impattano sul rotore e non sullo statore facendo apparire la situazione più rosea di quanto non sia in realtà. Ho sottoposto questo metodo di misura ad alcuni ingegneri e tutti mi hanno confermato che è corretto. Alcuni hanno aggiunto che sarebbe meglio misurare la potenza assorbita dal motovariatore (quello che aziona lo statore) utilizzando un motore “tarato”. Tale dispositivo è difficilmente reperibile, perciò mi resta un minimo di dubbio.
Certo il “rendimento elettrico” è calcolabile a priori in funzione degli ohm dello statore e degli ohm del carico...............