uno spunto in merito all'articolo di "La Repubblica":
Il 13 febbraio scorso, sul magazine on line Green&Blue di Repubblica è stato pubblicato un articolo dal titolo “
Il pellet inquina quasi 3 volte più di petrolio e carbone” a firma del giornalista Paolo Travasi. Un titolo eloquente, che colpisce il lettore, che di fronte a un’affermazione così perentoria, non può che sentirsi smarrito e chiedersi cosa stia “sbagliando”.
L’articolo di Green&Blue, e altri apparsi nelle scorse settimane con titoli simili, trae origine da un articolo redatto da ricercatori dell’Institute for the Environment dell’Università del Nord Carolina pubblicato a dicembre 2023 sulla rivista scientifica Renewable Energy con il titolo
“Emissions of wood pelletization and bioenergy use in the United States”. Tale pubblicazione, ed è doveroso sottolinearlo,
fa riferimento alla peculiare situazione statunitense, il cui contesto industriale e i modelli di produzione di pellet e di produzione di energia da biomasse sono molto diversi da quelli europei e italiani.
In particolare lo studio stima, senza condurre misurazione dirette in campo ma utilizzando diversi dataset reperiti in letteratura e combinati fra di loro, le emissioni atmosferiche di serie di inquinanti riconducibili a diversi settori: dagli impianti industriali per la produzione di pellet
[SUP][1][/SUP], alle centrali che impiegano vari tipi di biomassa
[SUP][2][/SUP] per produrre energia elettrica e termica
[SUP][3][/SUP], fino ai generatori per il riscaldamento domestico residenziale che impiegano legna da ardere e pellet
[SUP][4][/SUP].
Senza entrare nel merito dei contenuti dello studio pubblicato sulla rivista
Renewable Energy e dell’adeguatezza del metodo di ricerca adottato, AIEL ritiene importante contestualizzare alcune delle affermazioni contenute nella sintesi giornalistica di Green&Blue affinché l’informazione su questi temi sia più equilibrata e consapevole. Infatti, come troppo spesso accade,
si parla di pellet al consumatore finale che lo usa per riscaldare la propria abitazione utilizzando argomentazioni che fanno riferimento ad altri settori, in questo caso ad altri Continenti, confondendo i piani e fornendo un’informazione parziale e distorta.
Cerchiamo di fare chiarezza.
Qualità dell’aria e climate change: due questioni collegate ma distinte
Parlare contemporaneamente di emissioni clima-alteranti, rappresentate prevalentemente da CO[SUB]2[/SUB], e di emissioni che impattano sulla qualità dell’aria, come particolato, monossido di carbonio e composti organici volatili crea confusione.
Nel processo di combustione della biomassa legnosa vengono emessi sia componenti che impattano sulla qualità dell’aria, in particolar modo particolato, sia anidride carbonica (CO[SUB]2[/SUB]) che è stata assorbita durante il ciclo di vita della pianta.
Il tema del cambiamento climatico e quello della qualità dell’aria sono collegati: tuttavia
questi due aspetti devono sempre essere chiaramente distinti e non mischiati parlando genericamente di “inquinanti”.
Polveri sottili, riscaldamento domestico e turnover tecnologico
La combustione domestica della legna da ardere in apparecchi tecnologicamente obsoleti e condotti in modo scorretto, assieme al traffico, all’agricoltura e all’industria, è ancora oggi una delle principali sorgenti del PM10 misurato in atmosfera in inverno. Tuttavia
la parte prevalente di tali emissioni proviene da stufe e caminetti obsoleti. In Italia è ancora installato un imponente parco generatori tradizionali e vetusti che ostacola la necessaria accelerazione del processo di miglioramento della qualità dell’aria.
Le tecnologie tradizionali, caratterizzate da processi di combustione superati,
rappresentano ancora il 70% del parco installato e sono responsabili di quasi il 90% del particolato proveniente dal riscaldamento a legna. Nel nostro Paese il 39,7% dell’energia termica da biomassa è ancora prodotta da camini aperti e il 17,9% da stufe a legna, mentre solo il 7,8% è prodotta da stufe a legna “evolute” e il 15,1% da stufe a pellet
[SUP][5][/SUP].
La buona notizia è che
la qualità dell’aria è in miglioramento e un contributo significativo è dato proprio dalla decrescita, in atto da anni, delle emissioni imputabili al riscaldamento domestico. Infatti, le emissioni di particolato legate alla combustione non industriale
sono diminuite del 40% dal 2010 al 2022[SUP][6[/SUP][SUP]][/SUP] proprio per effetto dei progressi tecnologici dei nuovi generatori installati, della sostituzione degli apparecchi obsoleti con apparecchi più efficienti e del calo dei consumi.
Le più moderne tecnologie nel riscaldamento domestico a legna, pellet e cippato, allo stato della tecnica,
raggiungono oggi fattori di emissione di poche decine di grammi per unità di energia termica prodotta (GJ) e nei casi migliori (tecnologie a emissioni “quasi zero”) si arriva a pochi grammi, contro gli oltre 500 grammi emessi da una stufa tradizionale. Questi dati sono confermati anche da Inemar
[SUP][7][/SUP], l’Inventario regionale emissioni in atmosfera.
La necessità di accelerare il turnover tecnologico rappresenta da anni uno degli asset strategici delle politiche associative, espresso nel Libro bianco per il futuro del riscaldamento a legna e pellet
[SUP][8][/SUP]. L’introduzione massiccia delle tecnologie più performanti cambierà radicalmente il peso delle biomasse nelle emissioni di particolato primario: non si tratta di scenari ipotetici ma di obiettivi che in alcuni Paesi europei sono già stati raggiunti concretamente certificati da dati ufficiali. Inoltre, il processo di ammodernamento del parco generatori installato porterà a un significativo risparmio nelle quantità di biomasse consumate (perché, banalmente, generatori più efficienti consumano molto meno combustibile) e questo determinerà un uso più efficiente delle risorse forestali, andando a impiegare bene e meglio una parte dell’incremento annuo, privilegiando i residui delle produzioni ad alto valore aggiunto.
Quindi, quanto si parla di riscaldamento a biomassa, il paradigma dal quale non si può prescindere è il tipo di tecnologia impiegata.
Rinnovabilità
Le biomasse legnose sono una fonte di energia rinnovabile e anche la REDIII di recentissima emanazione lo conferma. Se la combustione delle biomasse forestali per produrre energia comporta l’emissione di CO[SUB]2[/SUB] così come le fonti fossili, è però fondamentale distinguere
l’origine del carbonio legato all’uso delle biomasse e quella del carbonio rilasciato dalle fonti fossili:
- la combustione di fonti fossili rilascia carbonio che è stoccato (immobilizzato) nel sottosuolo da milioni di anni (carbonio non biogenico), risultando quindi un’immissione netta in atmosfera ad opera dell’Uomo;
- la combustione di biomassa legnosa comporta, invece, l’emissione di carbonio biogenico, riconducibile a un ciclo chiuso, breve e in atto in natura.
Nel ciclo del carbonio biogenico nel momento in cui si taglia una pianta si genera un
temporaneo debito carbonico[SUP][9][/SUP]: si apre cioè uno scarto temporale tra l’emissione di CO[SUB]2[/SUB] in fase di combustione e il suo successivo riassorbimento grazie all’accrescimento del bosco dopo il taglio. Al concetto di “temporaneo debito di carbonio” va infine affiancato quello per cui la capacità di assorbimento della CO[SUB]2[/SUB] di un bosco non va considerata a livello di singolo albero o di singola particella forestale (cioè la più piccola parte in cui è suddivisa la superficie del bosco quando ne viene pianificata la gestione), bensì
a livello più ampio di soprassuolo forestale. Là dove una particella forestale viene tagliata, nello stesso momento, un’altra particella forestale confinante sta crescendo e assorbendo CO[SUB]2[/SUB]. Quando la biomassa proviene da foreste in cui gli stock di carbonio sono stabili o in aumento, come nel caso italiano ed europeo, le emissioni di CO[SUB]2[/SUB] al momento della combustione sono compensate dalla crescita delle foreste in cui è stato prodotto il biocombustibile legnoso.
Se poi viene applicato il concetto di
uso a cascata del legno[SUP][10][/SUP], una buona parte del legno tagliato viene utilizzata per produrre prodotti durevoli (stoccando quindi il carbonio del legno per lungo tempo, senza riemettere CO[SUB]2[/SUB] in atmosfera).
Quindi?
Le moderne tecnologie a biomassa legnosa consentono di conciliare perfettamente la necessità di miglioramento della qualità dell’aria con il processo di decarbonizzazione del riscaldamento residenziale. Infatti, possono raggiungere fattori di emissione comparabili con quelli del metano ma, al contempo, garantiscono una riduzione delle emissioni climalteranti in atmosfera (CO[SUB]2eq[/SUB]) di oltre il 90%.
LINK:
https://energiadallegno.it/davvero-...rolio-e-carbone-cerchiamo-di-capirlo-insieme/