I pannelli solari sono passati da circa 9 a 11,4 centesimi di dollaro per watt in poco più di tre mesi.
Sembra una variazione piccola. In realtà è quasi il 27% in più su una componente che, per anni, ci avevano abituato a considerare sempre più economica, sempre più abbondante, sempre più scontata.
La promessa implicita era questa: la tecnologia migliora, le fabbriche diventano più efficienti, le celle rendono di più, quindi i prezzi continueranno a scendere.
Ma l’industria non funziona così.
Una tecnologia può migliorare e, nello stesso momento, smettere di costare meno. Perché dentro un pannello solare non ci sono solo innovazione e automazione. Ci sono argento, polisilicio, energia industriale, carbone, trasporti, sussidi, rimborsi fiscali, miniere, tariffe, e soprattutto potere politico.
L’argento, per esempio, non è un dettaglio. Nelle celle fotovoltaiche serve nelle paste conduttive che raccolgono la corrente generata dalla luce. È prezioso, conduce molto bene e sostituirlo non è banale. Il rame costa molto meno, ma richiede processi diversi e deve garantire affidabilità per decenni.
Reuters ha riportato che l’argento è salito fortemente, che la pasta d’argento può arrivare a pesare fino al 30% del costo di una cella e che il fotovoltaico assorbe circa 196 milioni di once troy l’anno, pari al 17% della domanda globale. Quando un materiale così importante rincara, il pannello non può continuare a scendere di prezzo solo perché “la tecnologia migliora”.
Poi c’è il polisilicio, il materiale di base dei moduli. Produrlo richiede grandi quantità di elettricità e calore industriale. E qui cade un’altra parte del racconto comodo: una quota rilevante del solare cinese low cost nasce da energia a carbone usata a monte nella filiera.
Non parliamo soltanto del mix elettrico cinese. Parliamo anche di impianti costruiti attorno alla disponibilità di carbone e di centrali dedicate o integrate.
Xinte Energy, grande produttore cinese di polisilicio, nei documenti presentati alla Borsa di Hong Kong scrive che il carbone fornito da TBEA serve a generare elettricità nella propria centrale per la produzione di polisilicio. Nello stesso documento indica che la base di Ganquanpu, nello Xinjiang, ha 100.000 tonnellate annue di capacità produttiva e che oltre il 60% dei suoi consumi elettrici è coperto da una centrale di proprietà da 2×350 megawatt.
Questa è industria pesante. Non poesia verde.
Carbone locale, elettricità stabile, costi bassi, produzione continua, export globale. Una parte del prezzo bassissimo dei pannelli importati in Europa nasceva anche da qui.
La Cina ha fatto una scelta industriale lucidissima. Ha investito decine di miliardi nella filiera fotovoltaica, ha costruito capacità produttiva enorme, ha spinto i prezzi verso il basso, ha sostenuto l’export e ha lasciato che la concorrenza interna diventasse feroce.
L’effetto fuori dalla Cina è stato altrettanto concreto: produttori europei in crisi, filiere occidentali indebolite, investimenti scoraggiati, competenze disperse. Finché il pannello costava sempre meno, molti hanno preferito chiamarla convenienza.
Oggi la dipendenza è misurabile. L’Agenzia internazionale dell’energia stima che la Cina controlli oltre l’80% delle fasi principali della produzione fotovoltaica mondiale. Nel 2024, secondo dati della China Photovoltaic Industry Association ripresi dal CSIS, la Cina produceva il 93,2% del polisilicio mondiale, il 96,6% dei wafer, il 92,3% delle celle e l’86,4% dei moduli.
Quando un Paese controlla quasi tutta la catena, non controlla solo le fabbriche. Controlla tempi, prezzi, disponibilità, standard, margini e potere negoziale.
Ora Pechino sta cambiando fase.
Il 17 aprile le autorità cinesi hanno convocato una riunione sul fotovoltaico per contrastare l’“involuzione”, cioè la guerra interna dei prezzi che ha portato sovraccapacità, margini distrutti e perdite nel settore. Tra le misure indicate: controllo della capacità produttiva, standard tecnici, disciplina sui prezzi, qualità, fusioni e proprietà intellettuale.
In parallelo, dal 1° aprile la Cina ha eliminato il rimborso IVA all’export per diversi prodotti fotovoltaici.
Prima il prezzo basso ha conquistato il mercato. Poi gli altri hanno perso pezzi di filiera. Adesso la Cina prova a rimettere ordine in casa propria, ridurre la guerra dei prezzi e far risalire i margini.
Per chi dipende dalle importazioni, la conseguenza è scomoda: se non produci, non decidi. Compravi pannelli perché costavano poco. Domani li comprerai perché non hai alternative sufficienti.
Il fotovoltaico continuerà a essere utile e continuerà a crescere. Ma non è una garanzia di indipendenza energetica se dipende da una filiera quasi interamente controllata da un altro Paese, alimentata a monte anche da carbone dedicato e soggetta a decisioni politiche che non prendiamo noi.
La sicurezza energetica non si costruisce solo installando gigawatt. Si costruisce mantenendo fabbriche, materiali, reti, competenze, capacità programmabile e potere industriale.
Sul fotovoltaico, la Cina non vende soltanto pannelli.
Tiene in mano la catena di fornitura.
E quando qualcuno tiene in mano la catena, prima o poi decide anche quanto tirarla.
Fonti principali
- “Solar panel prices rise after China clampdown on producer competition” — Financial Times.
- “China Holds PV Meeting to Tighten Competition Controls with Demand-Side Focus” — OPIS, A Dow Jones Company.
- “Africa’s solar sector braces for higher costs as China cuts rebates” — Associated Press.
- “Executive summary – Solar PV Global Supply Chains” — International Energy Agency.
- “Supply chain risks and industrial competitiveness” — International Energy Agency.
- “China’s Solar Industry Is in Upheaval—The Effects Will Be Global” — Center for Strategic and International Studies.
- “Solar industry accelerates shift from silver as costs soar” — Reuters.
- “Coal Procurement Framework Agreement with TBEA” — Xinte Energy Co., Ltd., Hong Kong Stock Exchange.
- “Polysilicon Manufacturers: Global Top 10” — Bernreuter Research.